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Beyond – Pernilla August [2010]

26 aprile 2011

[not] Beyond the rules

Può un film scandinavo contemporaneo essere accademico?

Una risposta affermativa genererebbe un apparente paradosso. Potrebbe infatti bastare notare come l’inquadratura sia sempre tremolante a causa del costante utilizzo della macchina a mano per farci tornare alla mente i dieci anni di produzione cinematografica sotto i dettami di Dogma 95, il manifesto del cinema creato nel ’95 da un cineasta come Lars Von Trier e da Thomas Vinterberg.

La rottura con il cinema del passato e del presente basato sulla finzione scenica in favore di un realismo non inscenato ma documentato, ovvero quanto promulgato nell’appena citato Dogma, è spinta fino ad accusare un altro movimento di rottura verificatosi trentacinque anni prima in Francia, la Nouvelle Vague, rea, forse suo malgrado, d’essersi trasformata in non troppi anni da cinema di negazione dell’espressione  elitaria borghese, a espressione specificatamente elitaria.

Le affermazioni negazioniste di Von Trier&Co. però possono ritorcersi proprio contro i suoi creatori, dal momento in cui nel 2005 il progetto Dogma 95 viene smantellato, entrando di diritto a far parte di quel cinema estremamente elitario che tanto gli stava a cuore ripudiare.

Ecco quindi che nel 2010 una tale Pernilla August, già nota per le sue partecipazioni come attrice in Fanny E Alexander di Bergman nonché nell’Episodio II di Star Wars, azzarda l’ardua scelta di dirigere il suo primo lungometraggio.

La storia è realistica e quotidiana: i tormenti e le violenze fisiche e psicologiche subite in giovane età dalla protagonista per mano del padre alcolizzato tornano prepotentemente nella vita dell’ormai cresciuta ragazzina, la quale dovrà nuovamente affrontare ciò che credeva rimosso ma che si è rivelato solamente non troppo accuratamente celato, come fosse un mucchio di polvere frettolosamente spazzato sotto l’angolo di un tappeto.

Questo realismo, crudo nel soggetto, è reso ancora più duro e tagliente nella forma.

La macchina da presa è tremolante in ogni scena, così come i sentimenti dei protagonisti, la grana della pellicola è tutt’altro che mascherata e la fotografia vanta un impianto luministico tendente al naturale.

Pare proprio che la conclusa esperienza del Dogma ’95 abbia fatto scuola.

Questo non dovrebbe essere un male, però la perfezione stilistica della messa in scena dell’esordiente regista svedese è retorica. E’ aspra, è reale! Ma è fatta di luoghi comuni come il rappresentare l’acqua come elemento di purificazione e isolamento.

E’ quindi l’immagine a identificare l’appartenenza del film?

Non solo. La rarefazione degli ambienti e svariati momenti silenti contribuiscono a darci subito l’impressione di un cinema quasi nemmeno concepibile da un regista italiano dei giorni nostri.

Inoltre vaghe reminiscenze bergmaniane sono identificabili nel tema sotteso alla narrazione dei fatti, ovvero allo sdoppiamento psicologico dei personaggi. Ma se nel Bergman di Persona è l’io stesso a perdere l’orientamento cosciente della propria esistenza, in Beyond si assiste a una messa in discussione dell’io molto flebile, interamente fondata sull’esasperazione del dramma più che sulla percezione perpetua degli stimoli esterni.

E’ il dramma della protagonista che ritrova la madre sul letto di morte, è il dramma della bambina che vede sgretolarsi la vita della sua famiglia e di ogni singolo componente.

Ma è un dramma che è tale principalmente grazie all’interpretazione strepitosa della protagonista Noomi Rapace e ancor più della piccola Tehilla Blad e non a una forza d’insieme del film che invece latita sulla bidimensionalità dello schermo.

Beyond è così, profondo nella sua superfice, capace di vincere il premio del pubblico a Venezia, in grado di entusiasmare uno spettatore interessato, curioso ma non troppo esperto.

Ma a ben guardare, a mio avviso, rimarrà sempre un film accademico.

Danilo Cardone

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