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Il Nastro Bianco – Michael Haneke [2009]

6 settembre 2013

Le tre età dell’uomo

Il Nastro Bianco

In un villaggio del nord della Germania, alle soglie della Prima Guerra Mondiale, alcuni eventi condizionano il quieto trascorrere delle abitudinarie funzioni comunitarie.

Michael Haneke, regista pluripremiato nonché uno dei pochi contemporanei a ragionare sempre e costantemente sulla forma dell’opera, a due soli anni di distanza dal remake del suo stesso film Funny Games, si cimenta nella realizzazione di un sottile thriller ambientato in un’epoca storica neppure così troppo lontana. Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se non fosse che Haneke, proprio lui, il pluripremiato, non fa altro che confermare sé stesso e la sua [non] poetica della forma.

Se l’intenzione era di stupire proprio attraverso la forma, c’è riuscito, non c’è dubbio. Meno di altre volte, ma la bellezza d’una fotografia straordinariamente contrastata ed emotivamente oscura dove la luce talvolta squarcia e talvolta accarezza le zone buie, è di sicuro impatto. Si potrebbe richiamare Bergman però il paragone sarebbe un po’ facile e soprattutto estremamente esagerato rispetto allo spessore del film.

Il Nastro Bianco

Il sottile intrigo che si sviluppa è infatti troppo sottile per poter reggere i 140 minuti della durata del film. L’atmosfera è delicata persino quando aspra per i fatti che stanno accadendo ma dentro questa meravigliosa confezione preparata con affascinante carta da regalo d’altri tempi, cosa rimane? La trama così scarna, semplice, lineare, alla quale, tra l’altro, non viene nemmeno dato un epilogo [che non sarebbe un male se non fosse che il regista si ancora disperatamente all’intreccio per cercare di incollare assieme le scene], può davvero interessare lo spettatore?

La messa in scena di episodi di vita di un villaggio d’inizio XXsec. è sensuale, stimola i rimasugli di romantiche fantasie tardottocentesche che l’uomo del XXIsec. non è ancora [fortunatamente] riuscito a scrollarsi via di dosso, ma questo è sufficiente per la creazione d’un’opera di così alto livello come la pretenziosità del regista palesa? Non è soltanto il fatto che allo spettatore poco importa se il medico abbia rapporti incestuosi con la figlia o se il maestro si sposerà con la giovane verginella di turno, è il fatto che dietro all’apparente analisi psicologica, volutamente amplificata dal bianco e nero che arcaicizza e che aiuta la messa in ombra di ciò che non merita di stare sotto la luce [divina, per il contesto storico nel quale illumina], non ci sia in realtà alcuna analisi psicologica.

Il Nastro Bianco

Varie sono le lacune che si sommano alla quella vastissima lasciata dalla trama, debole e già affrontata al cinema in moltissime altre occasioni [Il Villaggio Dei Dannati non era piaciuto abbastanza al regista?]. I primi piani, per esempio. Cinematograficamente vanno benissimo, ma in che modo possono fare presa sullo spettatore? Come possono scavare nell’intimità dei personaggi nel modo in cui sono realizzati? E la sceneggiatura? Perché è così incommensurabilmente superficiale? Perché si ha costantemente la stessa impressione che si ha quando si arriva alla lettura di tre quarti di uno splendido romanzo, dove nulla è ancora successo e dove ci si stupisce che la fine del terzultimo capitolo non sia invece la fine della sola introduzione?

Si prenda, per un semplice esempio, la scena dove un bambino di quattro o cinque anni chiede alla sorella di una decina di anni più vecchia che cosa sia la morte. Affrontare una scena di questo tipo significa inevitabilmente confrontarsi con tutta la facilissima retorica che si può fare a riguardo e nella quale s’incappa con strepitosa facilità, dunque nel momento in cui sceneggiatore e regista hanno optato per l’inserimento di tale scena si saranno posti il problema di come evitare palesi ovvietà. Purtroppo pare che non si siano dati una risposta troppo acuta, dunque il risultato è quello che si vede nel film, ovvero una successione di frasi fatte pronunciate dal bambinello di turno che per il solo fatto che ha la vocina e la faccina da pulcino sperduto non significa che si stia assistendo a chissà quale momento toccante del cinema contemporaneo. La lacrimuccia a coronare il tutto è l’esaltazione di un nulla mascherato da capolavoro per mano del suo stesso creatore. In altri contesti Haneke verrebbe chiamato imbonitore e non cineasta, ma questo è un altro discorso…

Il Nastro Bianco

A fronte di ciò la bella forma insinua il dubbio in noi che ci si trovi di fronte a un bel film, in grado di darci qualcosa, di stimolare un immaginario un po’ sopito dalla fretta che contraddistingue la nostra contemporaneità. Poi, però, la stessa magia che sostiene le lampade durante le scene notturne, svanisce miseramente in momenti d’inutilissimo dialogo come quando il barone viene informato dalla moglie che durante il suo soggiorno italiano oltre a bei paesaggi e un clima mite, ha trovato anche almeno un paio di buone ragione per pensare di non tornare più nella fredda e patronale Germania contadina.

Bisogna ammettere che c’è qualche buona scena che merita d’essere salvata e non solo per la forma. Sono primariamente le scene violente, per poche che siano, ovvero la lite di tre ragazzini per un flauto ai bordi di un laghetto e l’umiliazione verbale che il dottore attua con gradita veemenza nei confronti della sua domestica, arrendevolmente innamorata di lui. Qui salta fuori l’Haneke più crudo, quello del primo Funny Games, meno lusingato dalla commissione americana, quello delle apprezzabili forzature di Niente Da Nascondere e de La Pianista. C’è chi ha intelligentemente visto ne Il Nastro Bianco il germoglio per le represse angherie che condurranno con strepitosa naturalezza alla Seconda Guerra Mondiale, però, secondo questa non errata interpretazione, si potrebbe vedere ogni film, ogni storia, come la causa degli avvenimenti futuri e per questo ogni opera può essere largamente elogiata.

Molto buone le interpretazioni che, come sempre accade agli attori agli ordini di Haneke, infondono veridicità ai loro personaggi. Addirittura, forse, i più convincenti sono i bambini.

Il Nastro Bianco

Il Nastro Bianco è un film esteticamente bello ma che non porta da nessuna parte, è un piedistallo che vorrebbe sostenere sé stesso.

7

Danilo Cardone

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18 commenti leave one →
  1. marco brenni permalink
    7 settembre 2013 08:03

    La critica è certamente fondata, ma non coglie la sostanza: pure a me ha dato l’impressione di un film molto estetico, troppo lungo, pretestuoso con contenuto apparente inconsistente, salvo il chiaro rimprovero molto esplicito (!) rivolto contro la figura del PADRE-PADRONE assoluto, (pure ipocrita) e perciò solo temuto e mai amato: questo era tipico di quel periodo ottocentesco, soprattutto nello stato militare prussiano, organizzato quasi come una caserma. Le donne e i figli inermi, erano del tutto subordinati al padre – dittatore. La critica di Haneke che ricordiamolo, è figlio del ’68 e ne ha pure condiviso (e forse condivide tuttora) l’ideologia, è chiaramente rivolta contro l’autorità patriarcale, l’autorità e l’autoritarismo in genere, e traspare (trasuda addirittura) con chiara evidenza: a me pare che proprio questo sia il vero Leitmotiv (seppure larvato) di questo discutibile film ! In effetti, qui la storia, inconsistente di per sé, è solo un pretesto per mettere in rilievo un tipo e sistema di autorità (autoritarismo), che secondo Haneke portò dritto-dritto ai due conflitti mondiali ! Però la sua è una visione troppo ideologica (scuola di Francoforte?) che non tiene affatto conto delle vere cause, che furono essenzialmente politiche e socioeconomiche.

    • 7 settembre 2013 11:49

      Sono d’accordo con te, Marco.
      La critica è presente ma è rivolta a una delle causa che e non alla causa che. E’ proprio per questo che non si può considerare questo film un capolavoro in grado di rileggere un determinato periodo storico, bensì una storia ambientata in quel periodo storico.

      • 7 settembre 2013 17:03

        comunque una bella storia. Senza arrivare ad anticipare la seconda guerra mondiale, è presenta la stessa violenza insita naturalmente nell’uomo di funny games.
        Sicuramente non un capolavoro, magari imperfetto, e non coinvolgente, ma un bel film

      • 7 settembre 2013 17:49

        Si, la violenza insita nell’uomo. Però, non lo so, se lo fa Haneke tutti a vedere la violenza insita nell’uomo, mentre se lo fanno due registi, che ne so, presi a caso, come Neveldine e Taylor, o chiunque altro, nessuno si sognerebbe mai di azzardare interpretazioni di questo tipo.

        Comunque, certo, è un bel film, ci mancherebbe! eheh

      • marco brenni permalink
        8 settembre 2013 08:07

        Rispondo a “cazzochevento”:
        Haneke non anticipa solo la seconda guerra mondiale , ma addirittura “Il secolo Breve” che comprende la rivoluzione comunista (con il seguente stalinismo) e le DUE guerre mondiali. (!) Nella storia dell’umanità fu sicuramente il periodo più terrificante con centinaia di milioni di morti. Il ’68, sulla scia della “Scuola di Francoforte”, (Berkeley) individuava la causa principale di simile immane disastro nell’autorità tout court, nel patriarcato ed in particolare, nella figura del padre autoritario-dittatore , con moglie e figli del tutto subordinati al suo volere.

  2. 7 settembre 2013 20:08

    vabbè dai, prendine altri due, loro due sono inqualificabili, non riesco ad azzardare interpretazione perché non riesco nemmeno a finire i loro film

    • marco brenni permalink
      8 settembre 2013 07:54

      Posso capire il rimprovero di eccessiva e teutonica pesantezza. A me pare che Haneke qui intenda anche rievocare Bergman, senza averne però la stoffa.. Bergman era un maestro, talvolta anche pesante, ma aveva un ritmo di narrazione d’eccellenza, che a Haneke manca.

      • 8 settembre 2013 13:06

        con inqualificabili mi riferivo a Neveldine e Taylor, non certo ad Haneke, che non trovo affatto eccessivamente pesante, come mai ho trovato pesante Bergman.
        Nel commento precedente invece mi sono espresso male, ma parlando della seconda guerra mondiale volevo solo ricollegarmi a quanto detto nella recensione

  3. laurazaccaro2013 permalink
    11 settembre 2013 14:58

    Mi sento solo di aggiungere che mi aspettavo un voto un po’ più basso..
    Poi sinceramente non mi ispira come film.. anche perché non sono una grande fan del bianco e nero.. mi consigli di guardarlo comunque? ;)

    • 11 settembre 2013 15:15

      Io consiglio di guardare sempre e comunque ogni film, sopratutto opere formalmente così puntuali e accattivanti.
      E’ un bel film, senza ombra di dubbio. Semplicemente non è a mio avviso quel capolavoro con profondissimi signficati che una parte della critica si è affrettata a esaltare.
      In altre parole: se il medesimo film fosse stato girato da un regista sconosciuto sarebbe solo stato lodato per la sua forma.

      • laurazaccaro2013 permalink
        12 settembre 2013 00:06

        Ah ecco! Ora ho compreso bene! Dai.. entra anche questo in wishlist!
        Purtroppo da domani ricomincio la scuola.. quindi non ci sarò moltissimo.. ma prometto di seguirti. ;) Non ti libererai tanto facilmente di me! :D
        Ah.. al solito.. scrivi benissimo. :)

      • 12 settembre 2013 17:43

        Grazie mille, Laura! Sono ben lieto di averti tra i miei lettori.. ;)

      • marco brenni permalink
        12 settembre 2013 09:07

        Concordo perfettamente, anche se il tuo commento non è indirizzato a me.
        Haneke è diventato una specie di nuova “vacca sacra” presso i soliti esperti. È bravo certamente, ma non è, né un genio, né un innovatore.. Il suo cinema in fondo è quello classico-tradizionale, addirittura a volte un po’ retrò (come questo “Nastro Azzurro”), anche se usa toni e temi forti (ad es. l’iper-violenza, che non è originale nemmeno questa).

      • 12 settembre 2013 17:45

        Ben detto, Marco.
        Temi forti e violenza esplicita non filtrata da musiche o velature alcune non sono indice di profondità dell’opera. è un buon modo di esprimersi ma, come ben evidenzi, a tratti molto tradizionale.

  4. 24 ottobre 2013 02:25

    Mi è piaciuto, nel suo niente mi è piaciuto.
    E’ pura estetica. affascinante è la fotografia. un 6 diciamo che andava meglio, piccolo disprezzo dato dal finale aperto.

    • marco brenni permalink
      24 ottobre 2013 08:11

      A mio parere non è solo forma estetizzante; c’è ben di più: Haneke qui denuncia con ogni evidenza, anche la figura del padre-padrone d’un tempo, (in ispecie di quello prussiano!) che lui individua come una delle cause principali (per mentalità) che hanno condotto alle due successive devastanti guerre mondiali (cioè: al “Secolo Breve”). In questo, segue la linea di pensiero della scuola (filosofica) di Francoforte che condusse al ’68..

  5. Sergio P. permalink
    24 febbraio 2014 02:53

    Il recensore non ha capito un tubo. Basti questo, per uno che separa i maniera così astratta la forma dalla materia e la mena con l’analisi psicologica, che non mi pare sia il punto del film. Al contrario, è vedere come si formi una intersoggettività, il punto. Il film è una piccola fenomenologia.

    • 26 febbraio 2014 13:38

      Grazie per averci illuminato, Sergio P.

      Però non comprendo molto bene alcuni punti della sua disamina:
      1. come si separa la forma dalla materia in un film? intendo, non è un dipinto per il quale possiamo valutarne la matericità.. Se invece per “materia” intende il “soggetto”, beh, allora non le ho proprio separate dal momento in cui esalto la forma ma proprio per questo non la trovo coerente con la superficialità della “materia”. Non sono io che creo disparità tra forma e sostanza, ma è il regista stesso a farlo. Il discorso forma-soggetto è presente nella creazione artistica perlomeno dalla Macelleria e dal Mangiafagioli di Annibale Carracci, mica è questione da poco che può ridursi alle preferenze del singolo.

      2. L’intersoggettività non è il risultato delle scelte [coscienti o meno] di vari individui? dunque l’aspetto psicologico è ciò che genera e motiva l’intersoggettività, ciò che dà carattere alla “fenomenologia”.

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